Bagni gender neutral a scuola: inclusione o ideologia? Il caso Grosseto riaccende il dibattito
Due porte grigie, una scritta in inglese e una fila di icone che comprende figure tradizionali ma anche personaggi decisamente meno convenzionali. È bastato questo per trasformare due bagni della Cittadella dello Studente di Grosseto in un caso politico nazionale.
Sulle porte dell’ITS Eat Academy è comparsa la dicitura “Gender Neutral Toilet”, accompagnata da una grafica che indicava servizi utilizzabili da chiunque, senza distinzione tra uomini e donne. A far discutere non è stata tanto la presenza di bagni unisex, ormai diffusi in numerose scuole e università, quanto la scelta comunicativa: tra le icone figuravano infatti anche personaggi come una sirena, Batman e un alieno. Un dettaglio che ha rapidamente alimentato la polemica sui social e nel dibattito politico.
A portare la vicenda all’attenzione pubblica è stato il deputato di Fratelli d’Italia Fabrizio Rossi, che ha pubblicato le immagini dei cartelli criticando quella che ha definito una deriva ideologica e un esempio di “conformismo woke”. Dall’altra parte, il presidente della Provincia di Grosseto Francesco Limatola ha precisato che la segnaletica non sarebbe stata realizzata dall’ente provinciale ma direttamente dall’ITS Eat Academy, difendendo comunque il principio dell’inclusione negli ambienti formativi.
Al di là delle polemiche, il caso Grosseto riporta al centro una questione che negli ultimi anni è emersa sempre più spesso nelle scuole e nelle università italiane: quella dei bagni gender neutral.
Con questa espressione si indicano servizi igienici accessibili a tutti, indipendentemente dal genere. Possono essere bagni singoli utilizzati da una persona alla volta oppure spazi condivisi con cabine separate. In molti casi vengono introdotti per garantire maggiore inclusione alle persone transgender e non binarie, ma anche per ragioni pratiche legate all’accessibilità, alla presenza di accompagnatori o alla gestione degli spazi.
Negli ultimi anni diverse scuole italiane hanno adottato soluzioni simili. Nel 2023 il liceo Grigoletti di Pordenone ha introdotto bagni unisex insieme alla carriera alias, la procedura che consente agli studenti in transizione di utilizzare un nome diverso da quello anagrafico nella vita scolastica quotidiana. A Milano, il liceo artistico di Brera aveva già avviato un percorso analogo nel 2022, mentre nel 2025 l’Itis Marconi di Pontedera ha previsto la presenza di bagni maschili, femminili e neutri all’interno dello stesso istituto.
Anche il mondo universitario si è mosso in questa direzione. L’Università di Pisa ha inaugurato nel 2022 i primi bagni genderless del Polo Piagge, mentre all’Università di Trento alcuni servizi sono stati resi utilizzabili da tutti semplicemente eliminando la distinzione tra uomini e donne sulla segnaletica.
Ogni volta, però, il dibattito ha seguito uno schema simile. Da una parte chi considera queste scelte un adeguamento alla pluralità delle identità presenti nella società contemporanea; dall’altra chi le interpreta come interventi ideologici che rischiano di creare confusione anziché inclusione.
Il confronto non riguarda soltanto l’Italia. Negli Stati Uniti il tema dei bagni scolastici è diventato oggetto di leggi statali, ricorsi giudiziari e campagne elettorali. Alcuni Stati hanno imposto l’utilizzo dei servizi in base al sesso registrato alla nascita, mentre altri hanno favorito la realizzazione di spazi accessibili a tutti. Nel Regno Unito il dibattito si è intrecciato con le recenti decisioni della Corte Suprema sulla definizione giuridica del sesso e con nuove linee guida sui servizi igienici negli edifici pubblici.
In Australia, invece, il tema viene affrontato soprattutto dal punto di vista della progettazione degli edifici scolastici, della privacy e dell’organizzazione degli spazi.
In Italia il quadro normativo resta più sfumato. Non esiste una legge nazionale che obblighi le scuole a introdurre bagni gender neutral, né una norma che li vieti. Le decisioni vengono generalmente assunte nell’ambito dell’autonomia scolastica e organizzativa degli istituti, nel rispetto delle norme sulla sicurezza, sull’accessibilità e sulla privacy.
Il vero nodo, probabilmente, non riguarda soltanto i bagni. La vicenda di Grosseto dimostra come questioni apparentemente pratiche possano trasformarsi rapidamente in simboli culturali e politici. Due porte nate per semplificare l’accesso a un servizio sono diventate il terreno di confronto tra visioni diverse della scuola, dell’inclusione e del ruolo delle istituzioni.
Per alcuni rappresentano un segnale di apertura e rispetto delle differenze. Per altri sono il simbolo di un cambiamento culturale percepito come eccessivo. Nel mezzo restano studenti, insegnanti e dirigenti scolastici chiamati ogni giorno a trovare un equilibrio tra inclusione, organizzazione e convivenza.
E forse è proprio questo il dato più interessante: nel 2026, in Italia, persino un cartello sulla porta di un bagno può raccontare molto più di ciò che indica.