A quattro mesi dall’apertura, il “Museo del Danno” di Castel Volturno si conferma presidio fisso contro l’inquinamento marino

Da quattro mesi, nella Casa del Cinema di Castel Volturno, bene un tempo nelle mani della criminalità organizzata e oggi restituito alla comunità, è attivo il “Museo del Danno”: primo spazio in Italia pensato in via permanente per studiare il marine litter, l’insieme dei rifiuti che il moto ondoso riporta, con una regolarità quasi ostinata, sulle spiagge. Il progetto, ideato dall’Associazione Domizia e inaugurato lo scorso 7 marzo, nasce con un obiettivo preciso: fare del Litorale Domitio, area a lungo associata a episodi di abbandono ambientale, un riferimento fisso per la ricerca e la formazione su questi temi.

Il contesto in cui nasce il progetto racconta da solo la posta in gioco. Il litorale che da Castel Volturno arriva fino alla foce del Volturno custodisce un patrimonio naturale di rara bellezza (dune, pinete costiere, un ecosistema fluviale affacciato sul mare) che in altre condizioni avrebbe potuto fare di quest’area una delle mete turistiche più ambite della costa campana. Invece, tra sversamenti illegali, abusivismo edilizio mai davvero arginato e un legame irrisolto con l’economia criminale, il territorio è stato lasciato progressivamente a se stesso: un mare che paga il prezzo più alto, con acque compromesse e arenili invasi da rifiuti di ogni genere, e un’immagine complessiva che negli anni ha finito per allontanare turisti, investimenti e, non di rado, anche l’attenzione delle istituzioni. Non un destino scritto, quanto piuttosto il risultato di anni in cui inciviltà diffusa e interessi della camorra hanno trovato terreno fertile proprio nell’assenza di controlli e di alternative economiche per la comunità locale.

Il giorno dell’inaugurazione aveva già offerto la misura del respiro istituzionale del progetto: presenti una delegazione della New York University, il vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Emilio Borrelli, il regista e docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli Romano Montesarchio, e il pescatore Domenico Schiano, da anni attivo in pratiche di pesca sostenibile. Una composizione di ospiti che racconta bene la natura ibrida dell’iniziativa, a metà strada fra denuncia ambientale, ricerca accademica e ragionamento sul riuso sociale dei beni sottratti alle mafie.

A garantire continuità al progetto, oltre il giorno del debutto, è una rete di soggetti pubblici e privati: la Fondazione Mario Diana ne copre il sostegno economico, mentre l’Ente Riserve regionali Foce Volturno e il settore ambiente della Provincia di Caserta assicurano il raccordo con le politiche di tutela già attive sul territorio. Una collaborazione che, se tenuta nel tempo, potrebbe diventare un modello esportabile ad altre zone costiere campane alle prese con gli stessi problemi.

Il progetto si inserisce in una cornice più ampia, quella dei beni sottratti alla criminalità organizzata e restituiti a un uso pubblico: un patrimonio diffuso su tutto il territorio campano, per il quale non sempre è agevole individuare una destinazione capace di generare valore duraturo per la comunità. La scelta di destinare la Casa del Cinema a un museo permanente sull’ambiente marino indica invece una strada precisa, quella di legare il riuso sociale di questi beni a temi di interesse collettivo immediato, capaci di parlare tanto ai residenti del Litorale Domitio quanto a un pubblico più ampio, nazionale e internazionale, come dimostra la presenza della delegazione statunitense al debutto.

Nel merito, il museo propone un metodo che intreccia arte, scienza e impegno civile: attraverso opere e itinerari pensati per essere vissuti in prima persona, offre a cittadini, scuole, istituzioni e associazioni l’occasione di misurarsi da vicino con quanto i comportamenti individuali pesino sulla salute del mare. Una scelta comunicativa che punta a superare la sola denuncia, per costruire piuttosto abitudini quotidiane di rispetto ambientale.

Restano da verificare, a quattro mesi dal debutto, i numeri reali di affluenza e il livello di coinvolgimento delle scuole del territorio, dati che i promotori non hanno ancora reso pubblici. Ma la scelta di collocare il museo in un bene sottratto alla camorra, in un’area a lungo simbolo di degrado, resta di per sé un segnale politico prima ancora che culturale: quello di un territorio che prova a raccontarsi attraverso la cura del proprio ambiente, invece che attraverso le proprie ferite. Se il “Museo del Danno” saprà mantenere nel tempo la stessa capacità di attrazione mostrata al debutto, il Litorale Domitio potrà davvero avviarsi a diventare, come si augurano i promotori, un cantiere stabile di rigenerazione ambientale per l’intera fascia costiera campana.

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